Heather V.


Heather Vincent
ITAL 231-01
Professor Pagano
April 10, 2006
L’emancipazione dalla virilità:
Nelle parole di Oriana Fallaci in Lettera a un bambino mai nato

Un monologo della mamma al suo bambino, il libro di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, racconta la lotta interiore e sociale dalle donne incinte. In questo libro, “È una gestazione difficile innanzitutto perché, per una donna negli anni settanta, essere sola, non sposata, con relazioni passeggere, è come essere rea confessa del peccato di anticonformismo” (ALK Libri). La protagonista prende la decisione di non sposare il padre. Questa situazione le dà un stigma che lei combatte attraverso il libro: vivere con un bambino senza il supporto maschile è visto come una disgrazia. Con questa gravidanza, la narratrice cerca una soluzione per il stigma sociale. Vorrebbe mostrare che non è impossible farlo senza un uomo al suo fianco. Confida al bambino tutti i suoi pensieri nel tentativo di trovare una soluzione. Questo libro è un’emancipazione per la narratrice, Oriana Fallaci, e tutte le donne nel mondo. Mostra che non hanno bisogno degli uomini per prendere le decisioni oppure per la soppravvivenza.

Una donna incinta, la narratrice prende una decisione che cambia il modo in cui lei vede il mondo: vuole avere il bambino. Forse è concepito par sbaglio, ma lei dice, “Mi prendo la responsabilità della scelta” (Fallaci 10). Il padre del bambino non sta con la narratrice e questa situazione aggiunge più responsabilità per lei. Sembra che lei sia indipendente e coraggiosa, ma in realtà, è preoccupata e confusa. Vive sola e parla con nessuno ma il bambino. Attraverso il libro, la narratrice combatte un mondo maschile e la sua decisione di avere il bambino. Sa che ha la libertà, ma a un certo momento si rende conto che la libertà non esiste nel mondo, né per le donne né per gli uomini. A questo momento, comincia a preoccuparsi del bambino. Lo vuole davvero? In un linguaggio bellissimo ma pieno del dubbio, la narratrice prova di affrontare le sue emozioni e il futuro del suo bambino.

Sfortunatamente per le donne, il mondo in cui vivono diventa sempre più maschile. Uno dei suoi argomenti nel libro è che “il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini” (12). Il fatto che il linguaggio rappresenta i due sessi con i nomi maschili non dà alle donne il rispetto che meritano. Le filosofe femministe chiama questo fenomeno “phallogocentrism” (Wikipedia). Il concetto di “phallogocentrism” dice che la femminilità e la virilità sono espressi nella forma maschile. Allora, l’uomo è il riferimento generale (Wikipedia). In aggiunta, il “phallogocentrism” divide il mondo in termi dei sessi. L’uomo è il primo e la donna è niente.

Per questa ragione, la narratrice spera di avere una bambina. Come un esprimento, vuole mostrare con la sua bambina che una donna può contribuire al mondo. Non sarà infelice se avrà un bambino, ma preferisce avere una figlia. La narratrice non è come la sua mamma che “pensa che nascere donna sia una disgrazia” (Fallaci 12). La mamma è una vittima del suo tempo, il tempo dove “la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adam” (12). La sua mamma viveva crede nella corrente di pensiero oppressiva. Secondo lei, gli uomini, oppure la virilità, significhino la superiorità.

Irigaray ha scritto anche sul questo soggetto; fa commenti sugli analisi sessisti di Freud. Come la mamma della protagonista, Freud pensa che la sessualità femminile sia dipendente sulla sessualità virilità. Secondo Irigaray, “in the Freudian model, female sexuality is always coded in terms of reproduction, that the notions of female sexuality are caught up in reproduction and that reproduction is also linked to female pleasure and desire” (Harmon 1). La sessualità femminile, come tutte le cose femminili, è definita dentro i confini maschili. Nel mondo della mamma, il scopo delle donne è la riproduzione.

A differenza della sua mamma, la donna incinta vede la speranza e la felicità in una bambina. Vuole mostrare con la sua bambina che il mondo possa benessere dalle donne. Vuole mostrare che le donne abbiano gli altri scopi invece di riproduzione. La bambina rappresenta il caso per l’amore e la libertà in un mondo di uomini. Vorrebbe tenerla nelle sue braccia e offrirle la protezione dal mondo maschile. Forse anche la bambina potrebbe fare lo stesso in un piccolo modo per la narratrice, nonostante il sesso. Nonostante questo, se è un bambino oppure una bambina, le insegnerà molto.

Il primo problema della narratrice ha è con la parola “amore.” Non ama niente o nessuno. Non ci crede. È una persona razionale, una persona che “[pensa] in termini di vita” (Fallaci 17). Non è necessariamente una delle parole “dagli uomini per gli uomini,” ma è una parola che non la fa essere a suo agio. L’amore ha le connotazioni dell’incertezza, e la narratrice l’evita a tutti i costi. L’amore intrappola le persone mentre la vita le dà l’opportunità per le scelte.

Forse la donna incinta non crede nel’amore perché non l’ha mai sentito. Quando era bambina (oppure forse quando era nell’utero interno) sua mamma non le dimostrava l’amore, e ora la narratrice non ama il padre del suo bambino. Per lei, la vita è più importante. All’inizio, la donna non è sicura che lei ami il bambino, ma trova la speranza nel fatto che la vita cresce dentro di lei. In aggiunta della vita, spera di dare al suo bambino la conoscenza della felicità e libertà. Poi, dopo che questa cosa è sviluppata, forse può amare il bambino. Sebbene per ora la vita del bambino sia una priorità, ha un’idea sul’amore. Secondo lei, l’amore non sia “il bisogno di possedere ed essere posseduto” (18) come gli altri pensano, ma “l’amore è ciò che una donna sente per suo figlio quando lo prende tra le braccia e lo sente solo, inerme, indifeso” (18). Non conosce questo sentimento ancora, ma il momento arriverà durante la gravidanza.

Mentre il feto cresce, la narratrice lo guarda nelle fotografie. Il feto è in via di sviluppa dentro una propria persona. Sfortunatamente, allo stesso tempo il dottore le ordinare di stare a letto. Non può evitare l’autorità maschile in questo caso. Allora, rimane nella sua propria prigione. Si lamenta dal bambino, “Ma in quel buio, in quel poco spazio, tu sei libero come non lo sarai mai più in questo mondo immense e spietato” (35). A letto, non può controllare quello che succede o che entra nel suo mondo. Rimane dipendente sui tutti. Con la solitudine, può comunicare al bambino e nessun altro e non può fare nient’altro. Lei comincia a mettere in dubbio la decisione finale. Si domande, “Come fanno le donne che ci stanno anche sette, otto mesi? Sono donne o larve?” (51). Con un po’ di sarcasmo e disdegno, non sa quello che succederà a lei. Odia essere costretta a letto, specialmente perché un uomo l’ha messa là. Combatte ancora il mondo maschile, il mondo che non ci crede, il mondo che non pensa al suo successo. Con il tempo che è pieno dal dubbio, non ha una presa forte sull’amore o quello che vuole fare con il bambino.

Nonostante le sue emozioni, non vuole mostrarle al publico. Ad esempio, la donna incinta visita il dottore quando lo rassicura che vuole il bambino, le dice, “Perché molte donne dicono di volerlo e poi, nel subconscio, non lo vogliono affatto. Senza realizzarlo magari, fanno di tutto perché non nasca” (56). Questa domanda la rende furiosa, ma non ammette questa al dottore. Per questa ragione, la sua emancipazione che lei cerca è un po’ ritardo. Non è onesta con se stessa, e scarica la sua rabbia sul feto. Gli urla, “Sono stufa di te!” (58). Non è il bambino che la stufa, ma in realtà è il mondo “fabbricato dagli uomini per gli uomini.” Lei sente intrappolata dal bambino e in un momento debole, dimentice la ragione per cui lo vuole. Deve cercare dentro se stessa ancora.

La protagonista finalmente trova la giustificazione quando la sua amica affronta il padre del bambino. Grida, “Ogni responsabilità è della donna, ogni sofferenza, ogni insulto. Puttana, le dite se ha fatto l’amore con voi”(85). Finalmente, un uomo è colpito con la verità alla mano di una donna! Diminuisce un po’ l’egoismo del padre. È un grande momento per l’amica e la protagonista. Questo momento dà il coraggio alla donna incinta per finire la sua emancipazione.

Trova l’amore durante una conversazione con il bambino. Dall’inizio, l’amava senza sapere. Tutte le conversazioni, tutte le difese che la narratrice ha fatto per lui. La sola cosa che l’impediva a rendersi conto era la sua incredulità nell’amore. Ironicamente, è il suo subcosciente bambino che le dice, “Non è vero che non credi all’amore, mamma” (90). Ora pensa in termini di vita ed anche di amore. La vita e l’amore non sono le stesse cose, ma tutti e due non muoiono mai. Questa realizzazione mostra alla narratrice e tutte donne nel mondo che la soppravvivenza è possible senza gli uomini.

Come la narratrice, la filosofa Luce Irigaray vede una differenza di esistenza fra i soggetti diversi, gli uomini e le donne. Irigaray assere che “inventing a new relationship [between men and women] is fundamentally the same as inventing a new socio-cultural order” (Hirsh and Olson 1). Fallaci prova di farlo con la narratrice in sua Lettera a un bambino mai nato. La protagonista vince la sua emancipazione con questa perspettiva, ma non è libera completamente. È nella prima fase di un modello di Irigaray. Irigaray descrive il suo modello in quale lei mostra come un soggetto maschile ha creato un mondo con una perspettiva singola. Lei continua a discrivere come si può ditruirlo. Dice, “[There are] three phases: the first a critique, you might say, of the auto-mono-centrism of the Western subject; the second, how to define a second subject; and the third phase, how to define a relationship, a philosophy an ethic, a relationship between two different subjects” (2). Con il suo modello, Irigaray prova di creare un mondo in cui i rapporti fra gli uomini e le donne possono esistere senza la sottomissione di un sesso. Non vuole l’uguaglianza fra i sessi perché la differenza fra i due non esisterebbe. Invece, vuole un “double subjectivity” (4). Con l’uguaglianza, le donne sacrificano la loro femminilità per un linguaggio, un mondo maschile.

Una pionera ed un’avvocata per la perspettiva femminista nella filosofia, Irigaray sottolinea l’importanza delle differenza fondamentale fra i sessi. Allora, nel senso linguistico e biologica, l’uguaglianza non può esistere. Tradizionalmente, gli uomini e le donne appartengono ai modi di espressione diversi; le donne si esprimono artisticamente mentre gli uomini sono più logici e simplici. Irigaray dice che non le piace l’oppressione maschile delle emozioni, e neanch le piace l’uso delle categorie. Evitare i sessi e le categorie, lei non accetta la gerarchia dei sessuale. Inventa una nuova forma di pensare. Quest’invenzione è come un nouvo linguaggio, un linguaggio per le donne che esiste separatamente ed assieme al linguaggio degli uomini. Non è exato l’uguaglianzia, ma è una coesistenza pacifica fra i due. In realità, questa coesistenza dà alle donne l’emancipazione che cercano.

Bibliografia

ALK Libri. “Oriana Fallaci: Lettera a un bambino mai nato.” 9 April 2006. .

Fallaci, Oriana. Lettera a un bambino mai nato. RCS Rizzoli Libri S.p.A: Milano, 1975.

Harmon, Brenda. “Luce Irigaray.” 9 April 2006. .

Hirsh, Elizabeth and Gary A. Olson. “Je—Luce Irigaray.” 1996. 9 April 2006. .

Wikipedia. “Luce Irigaray” 9 April 2006. .

Heather Vincent
ITAL 231-01
Professor Pagano
March 20, 2006
Un concerto della storia:
Le storie parallele di Francesco Guccini e gli italiani

Con una voce belissima, Francesco Guccini ha cantato come la voce per la sua generazione. Cominciava negli anni sessanta, le serie di eventi negli anni successivi hanno influenzato molto il cantautore giovane. In una delle sue canzoni, “Dio è morto,” il giovane Guccini canta, “Ma penso/ che questa mia generazione è preparata,/ a un mondo nuovo e una speranza appena nata,/ ad un futuro che ha già in mano,/ una rivolta senza armi.” Lui usa le parole come “speranza” e “futuro” per descrivere un’Italia pacifica per i suoi concittadini. Con il suo primo album – Folk Beat N. 1 – nel 1967, Guccini ha formato il suo proprio movimento parallelo a quello degli studenti. Guccini era, e continuare a essere, un cantautore che usa le sue canzoni per i commenti sociali.

Un anno prima del movimento del ’68, il giovane Guccini ha registrato l’album Folk Beat N. 1. L’ultima canzone, “Il sociale e l’antisociale,” riflette sulle tensioni crescenti fra gli studenti e le istituzioni della società italiana. Si capisce questo tempo come una rivoluzione culturale. In generale, i dissidenti erano contro la cultura dominante, specialmente i valori borghesi come consumismo e individualismo. Nella sua canzone, Guccini descrive sé stesso come un dissidente. Canta, “Sono un tipo antisociale, non m’importa mai di niente,/ non m’importa dei giudizi della gente./ Odio in modo naturale ogni ipocrisia morale,/ odio guerre ed armamenti in generale” (“Il sociale e l’antisociale”). I giovani del tempo sembravano antisociali perchè non volevano conformarsi ai valori dominanti. Il loro odio per la cultura dominante gli dà la stigma della personalità antisociale. Ma quello che volevano era la liberazione della società ingiusta. Nel suo libro L’Italia dal fascismo ad oggi, Daniela Bartalesi-Graf dice che ai giovani “liberare la propria sessualità ed esercitarla senza limitazioni sembrò un sine qua non della liberazione dell’individuo e della società” (111). Come Guccini, i giovani vedevano la cultura tradizionale come una dell’oppressione e dell’ipocrisia. Le autorità come la Chiesa ed gli uomini politici trattenevano l’opzione della scelta dei giovani. Volevano vivere senza la paura della censura, e volevano il diritto dell’individualità. Con questo diritto, i giovani potevano contribuire al paese con le opinioni diverse. La voglia dell’individualità non è lo stesso come la voglia di essere solo e antisociale. Quest’idea avrebbe potuto aiutare l’Italia.

Nella loro ricera della liberazione, i giovani del movimento hanno rotto i rapporti con tutto associato con i borghesi. Un movimento anti-autoritario, uno degli slogan del movimento studentesco era: “lo stato borghese si abbatte e non si cambia” (Bartalesi-Graf 113). Nel “Il sociale e l’antisociale” Guccini si identifica con i dissidenti quando canta, “Odio il gusto del retorico, il miracolo economico/ il valore permanente e duraturo,/ radio a premi, caroselli, T.V., cine, radio, rallies,/ frigo ed auto non c’è ‘Ford nel mio futuro!’.” Il “miracolo economico” di cui Guccini parla è il boom economico dopoguerra che l’Italia ha fatto esperienza. Negli anni cinquanta, il simbolo dell’indipendenza era le nuove cose tecnologiche come il FIAT 600 e il televisore. Ma mentre i ricchi si sono divertati questi lussi, la disugualianza fra le classi cresceva. Come gli altri, Guccini voleva enfatizzare l’eguaglianza fra le classi sociali ed anche ai sessi. Allora, ha rinnegato il materialismo borghese. Durante questo tempo, i giovani anche hanno rinnegato i vestiti tradizionali perchè gli sembravano come “imposizioni arbitrarie della morale borghese” (111) e hanno cominciato a portare una nuova moda unisex: i jeans e le magliette. Si chiamava questa moda “l’eskimo.” Nella sua canzone “Eskimo,” canta dell’eguaglianza e durante l’anno sessantotto quando “ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però/ contro il sistema anch’ io mi ribellavo cioè” (“Eskimo”). Sebbene gli studenti volessero l’individualità contro l’autorità, la moda ha rappresentato l’unificazione del movimento. La moda del tempo ha riforzato la lotta e la causa unificate.

Simile ai suoi concittadini, Guccini aveva una visione idealistica e credeva molto nella sua causa. Sebbene fosse un tempo duro, Guccini ha cantato, “la lotta delle classi sol mi va per far bella figura in società” (“Il sociale e l’antisociale”). Gli anni sessanta e settanta hanno visto l’unificazione fra gli studenti e gli operai. Questa combinazione dell’istruzione e del lavoro ha significato la formazione della nuova cultura. Con la loro grande presenza, il governo non poteva ignorare gli studenti e gli operai. Cercavano un cambio, e c’era un cambio che hanno ricevuto. A causa della forza e la cooperazione nel movimento, il governo ha passato alcune riforme culturali. Sfortunatamente, le università non potevano adattarsi al grande numero degli studenti, ma la struttura italiana è statta cambiata in questo tempo. Le riforme del movimento hanno concentrato sul lavoro (lo Statuto dei lavoratori), l’egualianza nella famiglia (diritto di famiglia), ed i giovani (la maggior èta a 18 anni). Come Bartalesi-Graf dice, “Anche se il movimento studentesco e operaio non aveva lottato esplicitamente per queste riforme, si può dire che esse furono la risposta delle istituzioni al clima di ‘rivoluzione culturale’ che pervadeva il paese” (117). Sebbene non potessano vincere tutte loro riforme preferite, i dissidenti hanno usato il loro diritto della manifestare per cominciare un periodo di cambiamento per l’Italia. Come Guccini, i dissidenti giovani hanno cominciato un dialogo fra la società, la cultura, e il governo italiani.

Mentre Guccini ha creato una connessione con i giovani italiani, ha creato anche una connessione con i bolognesi nel il suo quarto album, Radici. La seconda canzone “La locomotiva” è statta scritta durante “la strategia della tensione” nell’Italia negli anni settanto e ottanto. Diverso alla canzone “Eskimo,” dov’è Guccini canta dell’ egualianza, Guccini avvisa della violenza in “La locomotiva.” A questo tempo, i cittadini hanno visto gli attacchi terroristici, e “La locomotiva” e una profezia agghiacciante dell’attacco sulla stazione di Bologna nell’agosto del 1980. La ripetizione di alcuni testi intensifica la paura dell’anarchia. I versi ripetuti come “la fiaccola dell’ anarchia,” “il mostro divorava la pianura,” “un pazzo si è lanciato contro al treno,” “Trionfi la giustizia proletaria!” e “lanciata a bomba contro l’ ingiustizia!” (“La locomotiva”) descrivono il cambio del clima pubblica. Dopo il movimento del sessantotto, i neofascisti hanno colpito Italia con molti attacchi. La clima diminuisce radicalmente, e allora, la clima di Guccini ha seguito questo piombo.

Con il suo proprio modo di comunicazione, Guccini ha narrato la rivoluzione culturale degli anni sessanta e settanta. La combinazione delle sue opinioni e gli eventi contemporanei lo ha ispirato a creare le canzoni molto belle e potenti. Quando le si ascolta, si può sentire il grande impatto delle manifestazioni. Sebbene Marco, il mio amico del Liceo copernico mi ha detto che Guccini non è molto popolare ai giovani oggi, le sue canzione servono anche come una lezione storica. Francesco Guccini è cresciuto con la sua generazione, ma nelle canzione, si può sentire le emozioni dei tempi di Guccini. Non è conosciuto per il suo talento dagli adulti oggi, ma lo rispettano per le sue idee. Non poteva attrarre il pubblico come Bob Dylan, ma Guccini ha usato la sua musica per la stessa ragione: la comunicazione. Una volta, una giornalista ha domandato a Guccini, “Secondo te le canzoni sono una forma di comunicazione o di esternazione?”, e lui a risposto, “Tutte e due. Prima di tutto una forma di comunicazione, perché mi servono per comunicare. Non sono una macchina, scrivo canzoni quando mi urgono. La canzone, quindi, è un metodo, così come scrivere libri, per comunicare con la gente” (Ondarock.it). La politica influenza il cantautore, ma usa i suoi testi per parlare con la gente.

La Bibliografia
Bartelesi-Graf. Daniela. L’Italia dal fascismo ad oggi. Guerra Edizioni: Perugia, 2005.

Cantonetti, Donal. “L’Intervista: ‘Guccini contro tutti.’” 5 March 2006. .

Guccini, Francesco. “Dio è morto.” Fracesco Guccini & I Nomadi – Album Conterto, 1979.

Guccini, Francesco. “Eskimo.” Amerigo, 1978.

Guccini, Francesco. “Il sociale e l’antisociale.” Folk Beat N. 1, 1967.

Guccini, Francesco. “La locomotiva.” Radici, 1972.

Heather Vincent
ITAL 231-01
Professore Pagano
February 24, 2006
Non Dia La Colpa a Loro!
Di chi è la colpa nel Rocco e i suoi Fratelli?

Senza un boom industriale, la vita meridionale era caratterizzata dalla povertà. Come un purgatorio economico, le famiglie nel sud dell’Italia non potevano guadagnare abastanza dai latifondi in lotta. Mentre la gente settentrionale si divertiva con le cose come il televisore e la “vespa,” i contadini e le loro famiglie soffrivano solo con un po’ della speranza. Con la grande divisione fra il nord ed il sud negli anni cinquanta e sessanta, l’Italia ha visto una grande migrazione dal sud al nord. Le grandi famiglie, come i Parondi in Rocco e i suoi Fratelli, hanno immigrato per trovare una nuova vita. È vero che loro hanno trovato una nuova vita, ma non la vita piena dell’opportunità di cui speravano. Invece, incontravano “oltre a occupazioni spesso massacranti alla catena di montaggio e mal pagate, anche una società diversa, nella lingua, nel costume, nel clima, nella cucina, molto spesso poco disposta a accoglierli” (Bartalesi-Graf 75). Finalmente i fratelli trovano lavoro, ma all’inzio la famiglia lotta finanziariamente con i lavori occasionali. Dopo alcuni fratelli addattano alla cultura settentrionale, come Vincenzo e Ciro, le personalità dei personaggi cozzano. I fratelli sono divisi nei stili di vita; l’amore attrarra a Vincenzo, Simone desidera la lussuria nel Nord, Rocco anelare di ritorna alla Lucania, e Ciro vuole riuscire nella fabbrica di Alfa Romeo. Attraverso il film di Visconti, questa situazione economica e sociale distrugge stabilmente il cuore della famiglia. Come in una tragedia greca, i Parondi non possono evadere al loro destino del sud.

Senza tetto quando arriva, la famiglia deva transigere i suoi valori all’inizio per trovare un appartamento a Milano. Un amico di Vincenzo gli dice di pagare l’affitto per due mesi e poi aspettare uno sfratto perché poi il governo gli darà un nuovo apartamento. Con un sorriso compiacuto, il amico Alfredo dice a Vicenzo, “Il comune del Milano non lasciano nessuno nel mezzo della strada” (Rocco e i suoi Fratelli). Quasi sull’avvento immediatamento, la famiglia Parondi offra la moralità in sacrificio per la suo sopravvivenza. Si pensa che la famiglia sia fortunata per quest’occasione, ma i tempi duri cominciano per dopo le sue decisione immorali.
Visconti personifica questo cambio dalla moralità alla sopravvivenza nel personaggio della bella Nadia. Lei è la donna che mette il sogno del pugliato nelle teste dei fratelli. Per i fratelli, questa donna rappresenta il “glamour” e le possibilità con lo sport di pugliato. Con la promessa delle ricchezze, chi può dire “No,” a Nadia? Certamente non i fratelli Parondi. La mamma Rosaria sa che questa donna non è una buona influenza per i suoi figli, ma pensa che i soldi siano più importanti. Rosaria incorraggia i suoi figli a causa della necessità economica. Come le altre madri italiane Rosaria ama i quattro ragazzi, ma spesso lei è esigente. A causa della situazione, il bisogno per i soldi vince sopra i valori famigliari. I Parondi sono andati a Milano per preservare la loro famiglia e guadagnarsi di vivere, ma scoprano che non è possible fare le due cose. La necessità della vita migliore divide i fratelli.

In aggiunta del suo “glamour,” Nadia introdurre ai fratelli l’estasi, e sfortunatamente la distruizione, della passione. Comincia con Simone, il più smanioso fratello. Nadia ha una certa sensualità che Simone non ha mai visto nel Sud, e lui è colpita da lei immediato. Durante l’inizio del loro rapporto, quando Simone diventa più famoso nello sport di pugliato, hanno una conversazione breva ma importante:
Nadia: “Però, sì ho capito bene, tu fai la box come io faccio la vita. No?”
Simone: “Io tengo la passione.”
Nadia: “Anch’io faccio per la passione” (Rocco e i suoi fratelli).
Tutti e due parlano della passione, ma non è lo stesso tipo. Nadia vive la sua vita della prostituzione per scopire un po’ di felicità e accettazione. Non c’è niente sbagliato alla ricerca della felicità, ma il suo modo è immorale. Intanto, Simone pensa della passione conservatrice, la passione dei suoi radici. Fa la box per aiutare la sua famiglia e anche per scopire la stabilità nella sua vita. Queste intenzioni buone scomparano alla causa di questa conversazione a il suo rapporto con Nadia. Simone diventa di confondere i tipi diversi della passione. Simone prova di divenire un vero milanese, ma ricorre al furto e alcolismo. Come Ciro dice alla fine, “Simone ha i primi radici, ma era avvelenato dai radici cattivi” (Rocco e i suoi fratelli).

Ogni fratello nel suo propio modo, forse con l’eccezione di Luca, incarna il compromesso dei valori. Sebbene vengano dallo stesso sangue, ciascuno sceglie gli stili di vita diversi. Alcune similitudini esistono in queste scelte, ma per la maggorianza, i fratelli cominciano uguali e finiscono nei modi di vita contrari. Ogni fratello prova trovare la sua proprio felicità, ma più cercano, più lontana la felicità sembra. Il rapporto fra Simone e Rocco o rappresenta questa posizione. La vita che Simone e Rocco cercano cambia dopo i due fanno gli incontri di pugliato. Dopo un certo incontro, Rocco si rende conto del cambio. Parla del suo rapporto con Simone, dice, “Siamo diventati nemici” (Rocco e i soui fratelli).

Il coach di pugliato, Cerri, avvisa Rocco, “La moralità: è la prima cosa per un atleta. Capito?” (Rocco e i suoi fratelli). Non sono più i “terroni” ingenui, Simone e Rocco, i due devono decidere quale corso seguiranno: l’uno della moralità oppure l’uno delle donne, delle sigarette e del’alcol. È la caduta di Simone che causa l’avanzamento ed il sviluppo di Rocco, ma attraverso il film la lotta fra le due fratelli significa la lotta fra la caduta e l’unificazione della famiglia Parondi.

Stregato dalla celebrità, Simone diventa la forza divisoria della famiglia. Perde i valori famigliari con il furto, l’alcolismo, e anche l’omicidio. Una vittima delle sclete disgraziate e del bisogno per soldi, Simone è lo strumento per la caduta tragica della famiglia, ma non è la causa. L’influenza cattiva della società materialistica gli fa fare le malefatte perché non ha la forza di resistere alla vita affascinante che il Nord sfoggia. Nadia è ubriaca quando lo dice, ma con un po’ di amarezza seria, grida, “L’abbiamo rovinato! L’abbiamo completamente rovinato!” (Rocco e i soui fratelli). Le tentazioni e le pressioni li fanno impazzire. Non ha la stessa passione per lo sport alla fine. Stanco e sconfitto dalla vita vergognosa, Simone non posso più lottare contro il suo odio. Vive solo con l’odio.

Come Simone, anche Rocco affronta la pressione economica e sociale del tempo. In un modo molto diverso che il suo fratello ha fatto, Rocco si comporta come la forza unificante della famiglia, e forse anche l’Italia (perché lui porta il vestito che dice “ITALIA” in un incontro di pugliato). Non è dipenda solo dal pugliato, Rocco serve la sua famiglia ed il suo paese quando fa il militare. Sacrifica il suo amore per Nadia, la carriera e i soldi per i suoi parenti, ma sembre che non riceva niente in cambio. Nonostante il “santo” comportamento, lui è punito continuamente per la sua pazienza e generosità. Pensa continuamente dalla sua vita prima del cambiamento a Milano. Dice a Ciro, “Pensa se non avessimo mai lasciato, indoviana che sarebbe nostro fato” (Rocco e i suoi fratelli). Rocco non può sentire la felicità e dicede di ritornare al sud. Forse vuole riscoprire tutto quello che ha perso nel nord. Ironicamente, una ragione per cui la famiglia ha traslocato è la stessa per cui Rocco ritorna: la lotta mentale. A causa dell’economico e la società poveri, i Parondi hanno immigrato al Nord. Non hanno mai pensato dalle lotte mentale che li aspettano al Nord.

Un sacrificio per la famiglia Parondi, la morta di Nadia significa il culmine della corruzione dei Parondi. Rosaria pensa, “[Simone] È liberato della sua disgrazia,” (Rocco e i suoi fratelli), ma non è vero. Attraverso il film, Nadia evoca molte emozioni dagli spettatori. Rappresenta la società che prende la vita di Simone, l’amore che Rocco sacrifica, e anche il sogno impossibile dall’avanzamento. Fino a quel momento, la famiglia si deteriora stabilmente, e quest’avvicinimento veramente mette in dubio la forza della famiglia. I fratelli e la mama sono fatti a pezzi dall’omicidio perché devono decidere dove rimangano i loro fedelità. La corruzione delle morali di Simone influiscono quale della famiglia, e i vincoli fra la famiglia si rompono. La famiglia Parondi impara nel modo disgraziato che non può evitare alcun problema nel traslocare dal sud nel nord.

Con una certa intensità religiosa, Visconti mostra la tragedia che gli italiani sentivano con molta forza negli anni dopoguerra. Spesso la moralità della famiglia è sacrifato per la sopravvivenza, oppure almeno i tentative della sopravvivenza. La famiglia Parondi si rende conto della sua ingenuità in vari momenti, ma non ammettono che la sua lotta sia futile fino alla fine del film. In una rappresentazione tragica ma realistica, Rocco e i suoi Fratelli ci ricorda degli sforzi economici e mentali che vincono sopra la debole condizione umana.

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